Vissuto, grezzo, wabi-sabi

Da sempre mi affascina la filosofia giapponese Zen, con quel suo punto di vista dissacrante che capovolge le aspettative (e infatti si discosta tanto dalle altre scuole buddiste che, a dispetto delle origini, tanto si sforzano per incorporare tutti i difetti più banali di tutte le altre religioni). Lo Zen è speciale, è una religione assurdista, che fa del capovolgimento e della sorpresa i suoi stessi pilastri, che non crede in dèi o trascendenze metafisiche strane, ma ci dice che questo mondo qua è già tanto assurdo ed incredibile che, forse, l’unica risposta razionale è abbandonare la razionalità.

Questa è la lezione di molti Koan, quei racconti dei maestri Zen che (all’apparenza) “non vanno a finire da nessuna parte”… è il concetto del Kintsugi, la famosa arte di riparare i vasi rotti con l’oro per farli valere più di quando erano integri (e per farci meme con cui poi i boomer ci intasano la home di Facebook)… ed è così anche per questo concetto che ho scoperto da poco, il wabi-sabi. Wabi è la bellezza delle cose rustiche, grezze, non rifinite; Sabi la bellezza delle cose vecchie, vissute, interessanti. Queste due parole insieme definiscono un’estetica dell’imperfezione.

Mi fa pensare all’uso di certi artigiani italiani di informarci che “piccole imperfezioni sono sintomo dell’artigianalità del prodotto”: è anche quello un modo di cambiare la sensibilità degli acquirenti, non fargli apprezzare solo le produzioni di serie e la meccanica ripetibilità dell’industria, con i suoi esemplari sempre perfetti in milioni di copie. Questa estetica sta nascendo, forse è già molto forte, anche da noi.

Se si pensa poi che il Giappone è anche il luogo in cui è stato ideato il Kaizen, quel miglioramento continuo che è alla base del successo di tante aziende giapponesi, inseguito da tutte le grandi industrie occidentali… credo sia palese che il Giappone ci assomiglia, seppur dall’altro lato del mondo, con queste sue contraddizioni, così teso tra due tendenze inconciliabili, tra la rigida perfezione delle megalopoli industriali e la rustica e frugale semplicità campagnola…

Forse solo chi ne fa parte, può capirlo davvero. Io, da questo lato del mondo, e scusandomi se in questo articolo avrò solo dimostrato la mia ignoranza su quella terra lontana, probabilmente non potrò mai capire davvero il Giappone; e va bene così, ho già il mio bel daffare a cercare (invano) di dare un senso all’Italia…
(foto di copertina: © Marie-Lan Nguyen / Wikimedia Commons / CC-BY 3.0)

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