Lavoro per un’azienda israeliana da quattro anni ormai. Pur lavorando principalmente da remoto (sono stato in Israele soltanto una mezza dozzina di volte), considero alcuni dei miei colleghi degli autentici amici. Spesso in questi anni, nelle chiacchierate fuori dal lavoro abbiamo parlato della “situazione”, del governo e della differenza tra il punto di vista europeo ed il modo in cui un israeliano vive la quotidianità della vita, cercando di vivere normalmente nonostante la possibilità di una guerra.
Quella possibilità è diventata realtà sabato 7 ottobre 2023. Vorrei riuscire a scrivere qui la mia opinione a caldo, sperando davvero che non sia percepita da nessuno come un’offesa in questo brutto momento; se così fosse, mi scuso ma vorrei fosse chiaro fin d’ora che non era affatto la mia intenzione.
Per cominciare, vorrei difendere l’operato di quanti credevano (e mi auguro ancora credano) che la pace sia possibile. Certamente la situazione di oggi è estremamente triste e tragica; ma nonostante tutto, dovremmo cercare di non dare la colpa di quanto accaduto ad una supposta “ingenuità” per le poche e timide aperture che stavano nascendo tra il popolo israeliano e quello palestinese. Decine di ONG ed associazioni di volontariato agiscono da anni per fare del bene, avvicinare le due popolazioni, stemperare l’odio e la diffidenza reciproca per costruire la vera pace; ed è molto triste vedere come quei tenui sforzi possano essere spazzati via in un giorno come castelli di sabbia sulla spiaggia. Io credo ancora che quell’apertura sia il passo necessario verso la vera pace, che però non ha ancora dato i suoi frutti. Ogni bambino palestinese salvato dai chirurghi israeliani sarà meno incline a credere che “tutti gli ebrei sono cattivi”. Purtroppo questa guerra è l’effetto inerziale dei decenni di odio reciproco, non certo delle poche e recenti aperture.
Certo, in quanto europeo sono probabilmente esposto a notizie filtrate (dopotutto, sono i media che scelgono quali notizie siano degne di essere riportate). Mi appare chiaro che nei media italiani, così come forse in tutti i media “occidentali” (odio questo termine), si sovrappongono vari strati; c’è una prima narrazione “mainstream”, variamente allineata al punto di vista (statunitense) di sostegno acritico ad Israele, o come piace dire “senza se e senza ma”; anche se di tanto in tanto questa narrazione concede spazio a doverose e civili critiche verso alcune politiche israeliane. In un secondo livello, c’è una “contro-narrazione” (associata principalmente alla sinistra) che si focalizza quasi completamente sulle sofferenze del popolo palestinese o sul regime di apartheid che quest’ultimo si trova di fatto a vivere. Una cosa che non ho mai visto considerata dai nostri media, almeno da questo lato del Mediterraneo, è una misura dell’antisemitismo atavico dilagante ancora oggi nella maggior parte dei paesi arabi, dall’Egitto al Libano, dalla Siria alla Giordania; per non parlare dell’Iran. Non so dire se la scelta della diplomazia USA di coinvolgere l’Arabia Saudita nella scena potrà cambiare qualcosa, ma temo che per i Sauditi sia solo un’altra occasione per “scavalcare” l’Iran (un’altra secolare rivalità).
Sono rattristato dall’impossibilità di conoscere davvero la verità. L’unica cosa di cui posso essere certo sono i racconti di prima mano che mi sono stati fatti direttamente. Cose terribili, che non potrei mai sopportare che succedessero a me o ai miei cari: case bombardate, persone recuperate dalle macerie dopo 40 ore di ricerche; amici rapiti, uccisi, decapitati; comunità disperse e distrutte. Così come sono struggenti i racconti di povera gente a Gaza che conduce una vita miserabile, per colpa (questione opinabile) delle politiche disumane imposte da Israele; certo quelle persone sentono di avere validi motivi per odiare “l’oppressore”. Ma per me sono ancor di più vittime di quel gruppo terrorista, corrotto e malvagio, che ha tutto l’interesse politico a nutrire e far crescere quei sentimenti dandogli “struttura”. Persone il cui potere dipende direttamente da quanto odio riescono a suscitare verso Israele ed i suoi abitanti. Persone che hanno interesse a propagandare l’odio, a crescere i bambini nell’odio. A usare i bambini come kamikaze.
Quando penso a questa situazione, come in altri casi analoghi, cerco sempre di non dare la colpa alla gente comune; dò la colpa a quei pochi a cui la guerra conviene. La gente comune non ha mai voluto alcuna guerra; la gente comune viene portata in guerra, ma non ha mai avuto nulla da guadagnare dalla guerra.
Fatte le dovute proporzioni, è un problema che ha anche Israele: anche lì ci sono alcuni politici il cui potere dipende direttamente dall’odio; è grazie alla loro capacità di cavalcare l’odio che i partiti israeliani di estrema destra hanno ricevuto abbastanza voti alle ultime elezioni da poter arrivare al governo. Ed anche se mantiene il potere da allora, va ricordato che persino Hamas nel 2006 vinse legittimamente le elezioni. Del resto anche Hitler fu “democraticamente eletto”, segno che il diritto di voto universale è una condizione necessaria ma non sufficiente per una democrazia funzionante.
Questa spirale discendente potrà essere fermata solo quando la gente capirà e rifiuterà l’odio, riconoscendo quei politici per quello che davvero sono: persone senza scrupoli, ossessionate dal potere, che non hanno a cuore il bene del popolo. Bisogna rifiutarsi di essere governati da queste persone, tra i pochi che stanno effettivamente beneficiando da questa Guerra, così come beneficiavano dalla (di poco meno insostenibile) situazione precedente. E questo dovrà succedere da entrambi i lati del confine. Fino ad allora, dovremo resistere, senza mai diventare cinici o cedere all’odio generalizzato verso un intero popolo, nonostante tutto.