All’inizio di quest’anno ho lasciato la Germania. Sono tornato a vivere in Italia, dopo 5 anni. Perché l’ho fatto?
Me lo chiedo(no) spesso. Alla fine il luogo comune per eccellenza, in questa Italia spesso tanto provinciale, è che l’Italia sia un casino senza speranza, a livello sociale e lavorativo (soprattutto lavorativo), e che ovunque le cose vadano meglio di qua.
Il fatto è che non è vero. Quello che altri Stati possono dare, potremmo averlo anche in Italia; certo, ci sono montagne di problemi da superare, ma in linea teorica… In linea teorica, potremmo anche noi avere paghe più alte, meno precarietà, più diritti, meno tasse. Questi sono tutti problemi politici, e se crediamo che sia necessario, possiamo fare quelle battaglie. Non dico che sia facile, ma è quantomeno Possibile.
Ma quello che l’Italia può dare, pochi altri Stati possono darlo. La sensazione più forte è che qui sia ancora viva una fiamma che altrove è spenta. Un sentimento, un’anima loci che vive ancora nelle nostre comunità, nei nostri paesini, nelle nostre piccole realtà di quartiere. Le persone si ricordano ancora, qui in Italia, che ciò che ci definisce non è solo la nostra identità individuale né la mera appartenenza nazionale, quel patriottismo vuoto verso cui anche Schopenhauer ebbe parole pungenti (che condivido).
Ben diverso è il sentimento dell’italiano che torna nella sua terra. L’uomo che ritorna bambino quando cammina nei vicoli dove un tempo giocava, o che si sorprende di conoscere ancora a memoria le vie di un paesino in collina che non vede da anni. Le sagre di paese, il gusto dei cibi locali, l’orgoglio dei contadini e la bellezza della campagna… Qualcosa di ottocentesco, che il “mondo moderno” non ha ancora rovinato.