Nasci, è per un breve periodo sei il re del mondo; tutti i tuoi bisogni sono soddisfatti. Se piangi, ti danno una tetta da succhiare.
Cresci un po’. Non dormi più con mamma e papà. Sotto al tuo letto ci sono i mostri. Almeno passi ancora i tuoi giorni a giocare e a fare quello che vuoi.
Cresci un po’. Devi andare a scuola. Stare seduto, ascoltare la maestra, imparare a leggere e scrivere. Lo so, è una rottura di palle, ma hai ancora tanto tempo per giocare, dopo aver fatto i compiti. E poi passi il tempo con tanti bambini simpatici come te. E poi vedrai che col tempo ci prendi gusto.
Cresci un po’. La scuola è cambiata; non tutti i compagni sono più così simpatici; alcuni ti chiamano con nomi strani che non sai bene cosa significhino, ma ti vergogni di chiedere. Alcuni ti spintonano, ti tirano sberle, ti rubano la merenda. Non è divertente. Nel frattempo anche i compiti sono aumentati, anche se alcune volte cominci a trovare persino soddisfacente quello che impari.
Cresci un po’. La scuola è cambiata di nuovo; ora tutti parlano di ragazze e di “cose da grandi”, spesso a sproposito, perché nessuno vi ha mai spiegato davvero niente. Si gioca a scimmiottare gli adulti, e ti senti emarginato se quelle cose ancora non ti interessano. Per questo un po’ forzatamente ti adegui, fai e dici grandi stupidaggini, ma per fortuna anche i tuoi compagni sono troppo inesperti per accorgersene.
Cresci un po’. Non ti controlli più, la tua testa pensa sempre e solo a una cosa, ma sei troppo imbranato, troppo dis-integrato per sapere come procurartela. Ormai anche se piangi, nessuno ti darà una tetta da succhiare; al contrario, piangere e “fare la femminuccia” ti allontanerà soltanto dall’obiettivo. Non esistono guide o maestri, da qui in poi la Natura (o la Società) ha previsto che tu impari da solo tutto quello che devi sapere sull’argomento, proseguendo per fallimenti successivi; benvenuto nel resto della tua vita. La lezione di oggi è su come accettare col sorriso ogni fallimento, come essere “flessibili” e “resilienti”, come piegarsi sistematicamente senza spezzarsi mai.
Cresci un po’. Col tempo ci si abitua proprio a tutto, e ormai persino tu hai imparato come si sguazza in questo mare. Cominci a trovare un equilibrio mentale in alcune piccole cose che hai scoperto fuori da scuola, che chiami i tuoi interessi e passioni; sfortunatamente però, presto non avrai più tempo per coltivarle, perché il Sistema ti ha già aspettato fin troppo ed ora ha davvero bisogno di estrarre per sé tutto il valore possibile dalla tua unica vita; non ti è più permesso cazzeggiare, è ora di imparare a fare un lavoro e poi lavorare, non importa se “ti piacerebbe” farlo o no. Basta una cosa qualsiasi, purché ti prepari a lavorare, perché “il lavoro nobilita l’uomo” e comunque se resti disoccupato non mangi e poi muori, oppure ti riduci a chiedere aiuto, cioè a dichiarare fallimento come essere umano.
Cresci un po’. Lavori, lavori ormai da 10, 20, 30 anni di fila, e a volte ti chiedi se è stato un buon modo di usare il dono irripetibile della Vita, donare tutte quelle ore quotidiane al guadagno di qualcun altro, solo per stare al mondo ed essere chiamato un “elemento produttivo” della società, una definizione disumanizzante che si adatterebbe meglio a un pezzo di macchinario che a un Essere Umano. Pensi queste cose ma tanto non farai nulla; non hai comunque la forza di causare un cambiamento nella tua vita, figurati cambiare il mondo o il sistema! Ti senti in colpa per questo, perché non sai che in realtà è tutto calibrato apposta per metterti in quella condizione, l’energia residua a fine giornata deve consentirti di “sfruttare il tuo tempo libero” ma non deve consentirti la libertà, come un cardellino in gabbia, con le ali tarpate ma non amputate del tutto.
Nella tua mente ci sono i mostri. Ti chiedi se quelli che ti dicevano che “il lavoro nobilita l’uomo” forse non hanno frainteso il senso della frase, se non l’hanno distorto a loro uso, capovolgendone il significato; tu riesci a capire chiaramente la dignità che merita chi lavora, ma il dover lavorare ti sembra comunque una condanna inumana; la due cose non sono affatto in contraddizione. Ma è un esercizio vano, e se anche c’è il problema, non c’è una soluzione. È così che il mondo va da sempre, e andrà sempre così. No?
E poi comunque con chi credi di parlarne? Tutti gli altri sono certamente già più arresi di te, non ti spalleggerebbero. Anzi cercherebbero di farti togliere dalla testa questi pensieri infantili: “Cresci un po’.”
Bellissimi e rassegnati pensieri che condivido pienamente, ci sono passato anch’io.